Sarde a beccafico: il racconto del nostro mare
Il profumo del pangrattato tostato si mescola a quello del mare. È così che in cucina capiamo che è il momento delle sarde a beccafico.
Il profumo del pangrattato tostato si mescola a quello del mare. È così che in cucina capiamo che è il momento delle sarde a beccafico. Questo non è solo un piatto del nostro menù, è un pezzo di storia della Sicilia che serviamo con orgoglio qui, sul Lungomare Federico II.
Un piatto povero e nobile
Le sarde a beccafico nascono da un’idea semplice e geniale. Un tempo i nobili si deliziavano con i beccafichi, piccoli uccelli cacciati e serviti ripieni. La gente del popolo, che guardava dal basso, non si perse d’animo. Prese quello che il mare offriva ogni giorno, la sarda, e la trasformò. La aprirono a libro e la farcirono con quello che c’era in casa: pane vecchio, uvetta e pinoli.
Il nome è rimasto, come uno scherzo gentile alla nobiltà. La coda della sarda, lasciata apposta, ricorda la coda dell’uccellino che spunta dal piatto. Per noi, questo piatto rappresenta l'anima della cucina siciliana di mare. Un equilibrio perfetto tra ingegno, sapore e rispetto per la materia prima.
La materia prima è tutto
Non si possono fare sarde a beccafico buone senza sarde freschissime. Le nostre arrivano ogni mattina dal Golfo di Gela. Devono avere il colore dell'argento e l'odore del mare pulito. Le puliamo una a una, a mano, aprendole a libro con la delicatezza che meritano. È un lavoro di pazienza, ma è l’unico modo.
Il ripieno è il cuore del piatto. Usiamo pangrattato di pane duro, quello di semola, che tostiamo lentamente in padella con un filo del nostro Olio Nocellara del Belice. La tostatura è un passaggio chiave. Serve a dare colore e un sapore di nocciola, ma soprattutto a evitare che il ripieno diventi una massa umida in cottura. Poi aggiungiamo i pinoli, l’uvetta passa fatta rinvenire in acqua tiepida, un trito finissimo di prezzemolo e aglio. Niente di più.
La preparazione, gesto per gesto
Ogni sarda viene farcita e arrotolata su se stessa. Le disponiamo in teglia, una accanto all’altra, strette come in una piccola parata. Una foglia di alloro tra una e l’altra, perché in forno il suo profumo aromatico si trasferisce delicatamente al pesce. Il segreto è questo: l'alloro non si mangia, ma lavora in silenzio per completare il sapore.
Una spolverata di pangrattato, un giro d’olio e qualche spicchio d'arancia. La cottura in forno è breve e attenta. Appena le sarde diventano dorate, il piatto è pronto. Il contrasto tra la sapidità del pesce, la dolcezza dell'uvetta e la freschezza degli agrumi è quello che rende questo piatto un classico intramontabile della tradizione gelese.
Non è solo una ricetta. È la Sicilia che arriva in tavola.